Anais Ginori (Roma, 1975). Giornalista, lavora a La Repubblica dal 1999

mercoledì 28 novembre 2012

A chi non piace la parola "femminismo"

La mia generazione non ha bisogno di essere femminista”. Sarebbe facile liquidare con ironia o fastidio l'intervista a Vogue di Carla Bruni Sarkozy (titolo: “Il grande ritorno”) soltanto perché a parlare è un'ereditiera piemontese, poi mannequin, cantante, première dame, amica della gauche caviar e sposa dell'ex presidente “bling bling”. Difatti nel testo precisa: "Non sono affatto militante femminista. Sono una borghese", immaginando un falso conflitto di classe.
Carla Bruni Sarkozy è una donna intelligente, sofisticata, anche se non abbastanza da accettare l'eleganza delle rughe sul suo volto. Bisogna riconoscere che ha ragione. Intanto, perché gran parte delle battaglie sono già state fatte da madri, nonne e bisonne. E poi perché molte donne la pensano come Carlà. Non a caso quei furbacchioni del magazine di moda usano nell'intervista la parola “femminismo” come una trappola, uno spauracchio. Femminista, io? Per carità. Più si scende con l'età e più l'etichetta suona retrograda, obsoleta, se non proprio repellente. Trovare una ventenne che osi dichiararsi femminista è un'impresa. Nell'immaginario collettivo è rimasto un ricordo di streghe ammazzamaschi, e non il coraggio e la generosità di chi ha conquistato per tutte - spesso pagando un prezzo personale - libertà e diritti impensabili fino a qualche generazione fa.
Che sia troppo presto per gridare vittoria e passare ad altro è purtroppo chiaro. Si è appena celebrata la giornata contro la violenza sulle donne che anziché diminuire aumenta come un imprevisto contraccolpo dell'emancipazione (il "backlash" teorizzato da Susan Faludi), e già questo basterebbe a provocare uno spirito di sorellanza. Le donne lavorano tre ore in più al giorno degli uomini (tra casa e ufficio), guadagnano un quinto in meno dei colleghi maschi, sono le prime licenziate in caso di ristrutturazione. La libertà femminile non è più una questione che si misura in centimetri di minigonna. E' qualcosa di più profondo, culturale. Rispetto a quarant'anni fa, serve un cambio di mentalità, non bastano più leggi e manifestazioni, e questo rende il compito ancor più difficile.
Dicono bene alcune militanti americane che hanno inventato lo slogan: "Non sono femminista, sono umanista". Difendere la parità tra i sessi dovrebbe essere preoccupazioni di tutti, donne e uomini: una conquista per la società intera. Eppure il viaggio della parola “femminismo”, con una percezione quasi opposta tra madri e figlie, racconta già molto del fenomeno di riflusso inziato negli anni Novanta. Qualcosa si è interrotto, quella storia non è stata sufficientemente insegnata, rivendicata. Sarebbe utile insegnare a parlare di "femminismi". Tante e diverse erano e sono tuttora le voci attraverso un secolo, talvolta anche in conflitto aperto, dalle suffragette ai gruppi queer. Per paradosso, pochi giovani studiano e conoscono l'immensa ricchezza e varietà di quel movimento che come disse Eric Hobsbawn è "l'unica vera rivoluzione sociale del Novecento". E pazienza se la parola è così poco glamour.

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